Relazione tra fratelli: riflessioni su un legame importante

Come esploratrice nel mondo delle emozioni e delle relazioni umane, sono sempre alla ricerca di spunti interessanti per riflettere non solo su quanto imparare a gestire nel modo migliore le une e le altre possa aggiungere qualità alla nostra vita, ma anche su quanto entrambe – insieme – incidano profondamente nella formazione della nostra identità.

Fin da quando veniamo al mondo, la nostra mente si sviluppa anche grazie alle connessioni umane che stabiliamo con le persone che entrano a far parte della nostra vita. Qui su Occhicielo, con Elisabetta Rossini ed Elena Urso, abbiamo avuto l’occasione di ragionare sulla relazione profonda che già da prima di nascere e nei primissimi anni di vita stabiliamo con la nostra mamma e il nostro papà.

Ma in tanti casi la famiglia non si esaurisce in una relazione a tre. Altre persone abitano questo “luogo” tanto intimo. E quelle persone sono i fratelli e le sorelle. Nostri “pari”, con cui stabiliamo legami che “tra risorse e difficoltà” costituiscono una esperienza fondamentale nella nostra crescita.

 

Condividere l’amore della stessa mamma

Ho scritto Mamma, quanto è grande il tuo amore? pensando costantemente a quella relazione umana unica nel suo genere che lega ognuno di noi alla propria madre. È una relazione esclusiva e, allo stesso tempo, condivisa con chi ha la sua mamma nella nostra stessa mamma: quella bambina, quel bambino, o entrambi, con i quali sperimentiamo tutti i giorni cosa significa “essere fratelli”.

Ed è proprio partendo dalla condivisione dell’amore materno che, oggi, ho chiesto a Marina Massenz, un’amica di Occhicielo, che è anche terapista della neuropsicomotricità e direttrice del centro Kadamà di Milano, di raccontarci l’incontro durante il quale, in ottima compagnia, ha viaggiato nel legame tra fratelli osservandolo sia nelle sue caratteristiche più generali sia in alcune condizioni più specifiche e particolari.

 

Essere fratelli tra risorse e difficoltà

di Marina Massenz

Il 18 maggio scorso, con la psicoanalista Libera Comandini e la terapista della neuropsicomotricità Isabella Dossi, nella stessa sala in cui quotidianamente noi di Kadamà accogliamo i bambini che si affidano al nostro centro, abbiamo indagato un tema che le famiglie con cui lavoriamo ci avevano più volte chiesto di affrontare: la relazione tra fratelli.

È stato un pomeriggio ricco e denso di contenuti, che con piacere condivido qui su Occhicielo perché possano essere per più persone uno spunto di riflessione su un tema tanto importante.

 

Fratelli, i nostri “pari” nelle relazioni familiari

Nel più ampio insieme delle relazioni familiari, i rapporti fraterni descrivono una struttura di legami consanguinei orizzontali, cioè tra pari, ben diversi da quelli verticali tra generazioni che ci legano ai nostri genitori, ma che con questi si articolano e si intrecciano.

Il legame psichico conscio e inconscio tra fratelli è molto complesso. È fatto di fantasie, rappresentazioni, affetti. Può essere pervaso da identificazione reciproca, conflittualità, alleanze, solidarietà e, non ultima, da rivalità nei confronti di quello che per loro rappresenta il bene sommo: l’amore della madre.

Una rivalità che li rende simili ai rivalis latini da cui la parola deriva il suo etimo, ovvero due contadini che cercano continuamente di attingere, ciascuno dalla propria sponda, l’acqua per i rispettivi campi dal rivus che devono condividere.

 

La relazione fraterna come luogo di transazione

Etimologia a parte, si tratta di rapporti importanti, che entrano in gioco nella costruzione della propria identità (essere simile a…, diverso da…) e sono significativi anche per acquisire la capacità di stabilire legami con gli altri.

La relazione fraterna è luogo di “transazione”, ma anche di reciproco insegnamento. Apprendere fin da bambini a negoziare, trattare, confliggere, collaborare con l’altro da sé ci predispone ad allargare il nostro orizzonte interattivo e ci prepara alle più ampie relazioni sociali.

Cresce nella alleanza tra fratelli l’embrione delle future amicizie, dell’aiuto reciproco, della solidarietà e della socialità (socius è il “compagno, l’alleato”). Un affetto fraterno ci può legare, sin da piccini, ai migliori amici, gli amici del cuore, con cui ci è data l’opportunità fortunata di crescere assieme e di mantenere in certi casi legami che durano una vita.

 

Il ruolo dei genitori nella relazione tra fratelli

Centrale, all’interno della relazione tra fratelli, è il ruolo che ricoprono i genitori. La loro funzione principale – oltre ad amare naturalmente – è sostenere l’individuazione di ogni singolo figlio, guidandolo in modo da sviluppare e valorizzare la sua specificità, favorendo allo stesso tempo la dinamica interpersonale di confronto. È in tal modo che facilitano e sostengono l’equilibrio di gruppo.

Un equilibrio fondamentale, poiché, sebbene la maggior parte delle esperienze affettive e relazionali con la madre, il padre e i fratelli restano per lo più inconsce, le tracce di un modello positivo di relazioni transgenerazionali e intergenerazionali vengono introiettate dentro di noi sino a divenire un oggetto interno, modello di relazioni future.

 

Quando la relazione tra fratelli è “speciale”

Negli ultimi anni, con i rapidi cambiamenti della società in cui viviamo, da operatrice del settore educativo, ho potuto godere di un punto di vista privilegiato sui mutamenti in atto anche nella famiglia: nella relazione tra genitori, tra genitori e figli, tra fratelli.

Oggi, diversamente dal passato, sono spesso i genitori stessi a chiedere di essere aiutati nel loro non facile ruolo, sia rispetto alle dinamiche che potremmo definire “tradizionali” all’interno dell’istituzione familiare sia, e forse soprattutto, nei riguardi di situazioni che di recente sono diventate più diffuse.

Mi riferisco ai casi di bambini adottati in famiglie che hanno già dei figli naturali, così come alle numerose coppie o trii di gemelli frutto della fecondazione assistita a cui si ricorre di più che in passato, ma mi riferisco anche a situazioni in cui uno dei fratelli presenta delle fragilità o delle vere e proprie disabilità, o alla combinazioni di una o più di queste condizioni.

 

Essere fratelli nell’esperienza dell’adozione

Qui al centro Kadamà, ci troviamo spesso ad affrontare il caso dei bambini adottivi che, quando inseriti in una famiglia in cui esistono già altri figli naturali, comporta una attenzione particolare su come verrà a caratterizzarsi il nuovo legame non solo con i genitori, ma anche con i fratelli.

In queste situazioni può rivelarsi molto positivo che l’attenzione della madre e del padre sia orientata a “pareggiare” le differenze, assumendo come “naturali” nell’amore tutti i figli, anche e soprattutto, nelle situazioni in cui il bambino adottato abbia bisogno di un aiuto specifico/specialistico, per evitare che gli altri fratelli possano vivere quella “attenzione speciale” che gli viene rivolta come una esperienza dalla quale si sentono esclusi.

 

Essere fratelli nell’esperienza della disabilità

Un’altra situazione “speciale” con la quale ci confrontiamo spesso qui a Kadamà, e a cui a mio avviso va prestata grande attenzione, è quella del bambino il cui fratello o sorella presenta dei problemi o delle disabilità. A volte si sottovaluta il peso che questa condizione determina.

Mi è capitato di assistere, con una certa frequenza, ad atteggiamenti genitoriali che investono impropriamente l’altro figlio di compiti di aiuto o assistenza nella cura di quello svantaggiato. Tuttavia, gli effetti di una tale scelta possono essere molto negativi e difficili da affrontare.

L’assunzione di responsabilità rispetto a una situazione tanto carica sia sul piano emotivo sia su quello della gestione ricade infatti su un bambino in età evolutiva che si trova, senza averlo scelto, a “supportare” l’adulto nei suoi doveri genitoriali, con il rischio di un successivo rifiuto del fratello in nome del quale gli viene richiesto un tale sforzo, o con la negazione di propri bisogni, necessità, desideri.

Caricato di un fardello così importante, il bambino può fare grande fatica a “soggettivizzarsi”, restando confinato nel ruolo che gli è stato assegnato, non può permettersi di disattendere le aspettative genitoriali, a cui lo lega quello che potremmo definire “un sottile ricatto emotivo”.

 

Essere fratelli gemelli

Infine, sebbene non ultimo per rilevanza, un altro caso di relazione tra fratelli  “speciale” che abbiamo affrontato nel nostro incontro è quello dei gemelli.

Le ricerche su questo particolarissimo tipo di fratria sono moltissime e spaziano dall’ambito psicologico a quello antropologico, da quello fisiologico e genetico a quello psicodinamico. E in effetti si tratta di una condizione “speciale” nel senso pieno del termine, che segna molto profondamente la vita affettiva di questi bambini.

Il paradosso dei fratelli gemelli è che possono presentare una sorprendente somiglianza fisica, in contrasto con le loro numerose differenze di personalità. In generale, questi bambini non hanno conosciuto la relazione esclusiva madre/bambino, a differenza di tutti gli altri, e fin dalla nascita la soddisfazione dei loro bisogni è orchestrata nelle alternanze, nelle attese e spesso nei cambiamenti degli adulti che si occupano di loro, cioè tutte le persone che aiutano la madre.

E la stessa esperienza è vissuta proprio dalla madre. Una di loro una volta mi disse, in preda a una certa ansia e nel timore di non essere in grado di badare a entrambi, “… la mia attenzione, lo sguardo sono in continuo movimento … vanno dall’uno all’altro dei bambini!”

Nello stesso tempo, anche in base a recenti ricerche ecografiche sulla vita intrauterina, trova conferma la tesi (già precedentemente sostenuta da molti studiosi) che fin dall’inizio i due bambini vivono un’interazione data da movimenti congiunti, molteplici, in una ricchezza di scambi.

A entrambi arrivano suoni, rumori, sensazioni tattili e propriocettive, cioè di come il proprio corpo occupa lo spazio. La reattività di ciascun membro della coppia a questi stimoli provenienti dall’altro presenta una grande varietà di reazioni individuali: non si comportano secondo pattern comportamentali semplici, alcuni non reagiscono affatto, altri si ripiegano, altri rispondono al contatto e persino lo cercano attivamente.

Tutti dati e osservazioni che ci danno un’idea di quanto il legame fra gemelli sia profondo, segnato da piani molto arcaici e inconsci, molto intimi, dell’esperienza vissuta insieme fin dalla vita intrauterina e successivamente nelle varie fasi dello sviluppo.

L’alterità dei gemelli, la singolarità di questo legame fraterno, va dunque, a mio avviso, tenuta molto presente, ripensata, osservata nel suo evolversi. Il consiglio che personalmente do ai genitori è di orientare  la propria attenzione a cogliere le caratteristiche e la specificità di ognuno dei figli, differenziando la propria attitudine relazionale e sensibilità a seconda dei diversi bisogni.

 

Essere fratelli sempre e comunque

Cara Marina, grazie per il tuo racconto! Le tue riflessioni mi hanno dato molti spunti di approfondimento su un argomento che mi sta tanto a cuore.

Nel mondo in cui oggi viviamo in cui talvolta ho la sensazione che viviamo gli “un contro gli altri armati”, parlare di legami e, in particolare di legami familiari e, ancora più in particolare, di legami con delle persone che svolgono un ruolo tanto importante nella nostra vita come i fratelli e le sorelle mi sembra un modo bello per dar loro la centralità che meritano. E anche per trarre da quei legami tutte le potenzialità più luminose che possiedono e aspettano solo di esprimersi.

 

La relazione tra fratelli nella collana Occhicielo

Se ancora non conosci Mamma, quanto è grande il tuo amore?, scoprilo sul nostro sito!

Un breve ma intenso viaggio nell’amore materno che accoglie ogni figlio nella sua unicità senza esaurirsi mai…

 

Iscriviti alla nostra newsletter

Se vuoi intraprendere il viaggio nell’educazione emotiva insieme a noi, iscriviti alla nostra newsletter! Un modo per tenerci in contatto e per tenerti sempre aggiornato sulle nostre iniziative e novità.

 

About the author

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.