Chiudere le scuole oggi significa condannare intere generazioni di bambini poveri ad altra povertà e a pessime condizioni di salute per il resto della loro vita. Non stiamo parlando di un anno o di pochi mesi, ma del resto della loro vita. È un costo altissimo! In Italia, due bambini su tre che hanno genitori non diplomati rimangono nella stessa situazione, cioè non riescono ad arrivare al diploma. Chiudere la scuola vuol dire condannarli tutti, il cento per cento, a quella stessa condizione. E rimanere senza diploma vuol dire essere poveri per il resto della vita, non trovare lavoro, essere disoccupati, nonché vivere in situazioni precarie di salute, come l’obesità per esempio. Prima di dire allora “chiudiamo le scuole” vediamo se ci sono altre soluzioni.

Con queste parole, giovedì scorso, 15 ottobre, a Piazza Pulita, Tito Boeri, economista ed ex Presidente dell’Inps, commentava la decisione del Presidente della Regione Vincenzo De Luca di chiudere le scuole in Campania.

Le condivido qui con voi perché, da quando le ho ascoltate, continuo a rifletterci. Mi sembrano parole molto sagge, ariose e lungimiranti, capaci di andare a illuminare anche quegli angoli più bui della nostra società che spesso tendiamo a non voler vedere – soprattutto quando le cose si fanno difficili – come quello sempre troppo ampio della dispersione scolastica.

 

La scuola è una priorità “perché nessuno sia più schiavo”

Mentre guardo le centinaia di libri che arricchiscono la mia casa e che, prima ancora, hanno arricchito le menti della mia famiglia e continuano a farlo giorno dopo giorno, mi tornano sulle labbra le parole di Gianni Rodari che la mia amica Beatrice ha condiviso con me qualche giorno fa.

Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.

Come abbiamo scritto molte volte su questo blog,  la lettura, l’apprendimento e la ricchezza culturale che ne derivano sono un bene prezioso di cui ogni bambino dovrebbe poter disporre. E quando la famiglia non riesce da sola a garantirlo ai suoi figli, la scuola diventa per questi – ancora troppi – l’unica occasione per non cadere in quella povertà culturale, e spesso economica, di cui parla Boeri.

 

La scuola è una priorità di tutti

Ogni giorno vedo i numeri dei contagi che salgono e il governo che chiude e limita, e sono convinta che sia necessario. Ma la scuola è una priorità. E deve tenere! Deve farlo per non trasformare un’emergenza di alcuni mesi in una situazione con strascichi molto più lunghi e difficili da cancellare.

Questa però non è una responsabilità solo dello Stato, o del Miur, o dei presidenti di regione o dei dirigenti scolastici, appartiene invece all’intera società civile ed economica, a tutti noi cioè, e a ciascuno nel più o meno piccolo delle proprie azioni.

Si tratta indubbiamente di una responsabilità “importante”, nel senso degli effetti che ha e nel senso dei sacrifici personali che richiede, soprattutto quando le rinunce che dobbiamo accettare non sono soltanto le nostre, ma anche quelle che siamo costretti a imporre ai nostri figli.

Eppure più ci penso, più mi convinco che tutti noi dobbiamo assumercela, e con convinzione. Ciò tuttavia significa andare oltre quello che le istituzioni ci dicono che possiamo fare o non fare, significa cominciare a pensare – concretamente – non in base alle nostre esigenze personali, ma a quelle della collettività, significa mettere in atto comportamenti che richiedono sacrifici personali per il bene comune.

 

La scuola è una priorità perché la “normalità” non diventi un ricordo

Tante volte, parlando con amici e conoscenti in questi ultimi mesi, alle mie convinzioni sulla necessità di mantenere alta l’attenzione, mi sono sentita dire:

– Dobbiamo pur tornare a fare una vita normale!

In quelle occasioni ho risposto che a mio avviso non c’erano le condizioni per farlo e ne sono ancora certa.

Devo confessarvi però che in questa certezza mi sono sentita un po’ sola ultimamente. Mi è capitato le tante – un po’ troppe – volte che sono stata costretta a chiedere a qualcuno, giovane o adulto, di tirare su la mascherina o di rispettare la distanza di sicurezza. Le altre numerose volte in cui passando davanti a un bar o un ristorante mi è sembrato che il covid non esistesse, al Sud come al Nord.  E anche le quotidiane volte in cui ho proibito a mia figlia di usare le giostrine di un parco superaffollato di bambini costantemente senza mascherina, anche se appiccicati l’uno all’altra.

Mi sono sentita sola anche quando ho scoperto che molti piccoli hanno ripreso fino a tre attività extrascolastiche diverse a settimana in altrettanti gruppi e comunità e che giocano in tutta libertà nei giardini senza alcun dispositivo di protezione individuale. Ancora una volta mi sono sentita sola, in varie situazioni, quando al mio invito a non assembrarsi, ho dovuto rispondere per le rime a battutine di sufficienza.

Ho provato poi, non solitudine, ma vero sconforto quando ho dovuto sentire altri bambini dire a mia figlia, con tono canzonatorio:

–  Tieni la mascherina perché hai paura del covid?!?

Uno sconforto solo in parte mitigato dalle risposte date da Norma, che riesce sempre a riempirmi di orgoglio con la sua capacità di pensiero indipendente.

 

I sacrifici sono solo temporanei

Probabilmente è per questo che mi hanno tanto colpito le parole di Massimo Galli, primario del reparto di malattie infettive del Sacco di Milano, sul Corriere della Sera del 18 ottobre. Ve le riporto qui perché io le trovo confortanti e mi sembra una buona idea diffonderle il più possibile.

Alla giornalista Sara Bertoni che gli chiedeva:

Nei mesi scorsi si è parlato di una nuova normalità, ovvero della possibilità di continuare con la vita di sempre, a patto di seguire alcune precauzioni. Ora invece arrivano le prime limitazioni.

Lui ha risposto:

Se non mantieni le precauzioni  – e cioè se non sacrifichi qualcosa della vita di sempre –  le limitazioni sono per forza dietro l’angolo. La realtà ci costringe a capire e accettare che alcune cose non sono temporaneamente possibili.

Non sono “temporaneamente” possibili. Vorrei sottolinearlo. Non dobbiamo rinunciarvi per sempre, solo temporaneamente, per il bene a lungo termine della nostra persona e di tutte le altre che con noi condividono questo meraviglioso pianeta.

Se con dei temporanei sacrifici individuali riusciamo a ottenere che le scuole restino aperte sempre, penso che valga proprio la pena farli.

Nella mia scatola dei sogni, quella che vedete in copertina, io ci metto questo qui: che la scuola resti aperta!

 

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About the author

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.