Alla scoperta dell’intelligenza emotiva con Verdolina

La mia faccia è sempre così e gli altri non capiscono quando sono triste e quando sono felice. Ma io ce le ho lo stesso le emozioni?

Giovanni, 7 anni

Lunedì scorso, 20 gennaio, ero a Coccaglio, nella scuola elementare intitolata a Don Remo Tonoli, ai piedi delle colline meridionali della Franciacorta, tratteggiate dai filari delle viti spumantine che tutti conosciamo. Ero lì per leggere Verdolina scopre il mondo alle quattro classi seconde di questa accogliente scuola, su invito delle insegnanti impegnate anima e corpo nel progetto “Un luna park dentro di noi”.

Lo scorso novembre mi avevano contattato tramite questo blog e, in un battibaleno, mi era stato chiaro che condividevamo la stessa energica convinzione nell’educazione emotiva, intesa come “dono” da fare ai nostri piccoli. Ritrovarci a programmare un incontro tra Verdolina e i loro bambini è stato il naturale passo successivo e ora, sulla scia delle emozioni che ho vissuto, voglio condividere con voi le riflessioni scaturite da questa esperienza.

 

Un fantastico viaggio nelle emozioni

– Bambini voi lo sapete perché siamo tutti insieme qui oggi?

– Per fare un fantastico viaggio nelle emozioni! – mi hanno risposto in coro guardandomi con interesse, attesa, diffidenza, dubbio, curiosità e, in qualche caso, un po’ di indifferenza.

Tra sguardi accigliati, occhi sgranati, sorrisi, bocche all’ingiù, spalancate e parlanti,  ho dovuto sudare – nel senso letterale del termine – per conquistarmi, prima la loro attenzione, subito dopo il loro interesse e, in alcuni intensissimi casi, la loro fiducia.

 

Voglia di emozioni

Ciò che mi stupisce ogni volta che leggo le mie storie ai bambini è la loro “voglia di emozioni”. E non intendo solo voglia di provarle, ma piuttosto di esprimerle a qualcuno che, a sua volta, abbia il desiderio di ascoltarle.

In questi anni di lavoro per e con i più piccoli, ho avuto modo di constatare che, appena gliene offriamo l’occasione, sanno esprimere ciò che sentono in modo eccezionale. A volte decisamente meglio di noi. Li osservo quando cercano di descrivermi quello che stanno provando e, mentre con i visi e i corpi già mi dicono tanto, mi sembra di vedere i loro neuroni che brillano alla ricerca delle parole giuste tra quelle conosciute e le altre inventate proprio per il sentire del momento.

In quei casi, vorrei avere una macchina fotografica incorporata nella retina per poter immortalare l’espressione sui loro volti quando sentono che il loro messaggio mi è arrivato, quando insieme lo esprimiamo di nuovo con qualche parola che non conoscevano e che li aiuta a definire più profondamente il loro sentire, quando si sentono compresi.

 

Voglia di ascolto

Ma la macchina fotografica nella retina per fortuna non ce l’ho. E poi che senso avrebbe mostrarvi una fotografia di una mia esperienza quando quella stessa esperienza potete viverla tutti con l’intensità della vita vera? Così, anche se l’istantanea me la imprimo comunque nella mente, a voi faccio un invito a scattarne di altrettanto belle: un invito a fermarvi, a togliere ogni ostacolo tra il vostro sguardo e quello dei vostri piccoli, a eliminare i rumori di sottofondo per ascoltare il loro cuore che vi dice qualcosa di sé.

I bambini hanno voglia di ascolto! Hanno bisogno di essere ascoltati da noi, e non solo per sentirsi importanti e utili, ma anche per non perdere l’innata capacità di emozionarsi e di esprimere ciò che sentono. Perché quando li ascoltiamo con attenzione, partecipazione e continuità, non stiamo solo facendo qualcosa che ha un grande valore in quel preciso momento, ma stiamo dando loro l’opportunità di abituarsi a guardare quel sentire che hanno dentro, a descriverlo e a esprimerlo in maniera sempre più consapevole.

 

Voglia di esprimere le emozioni

Giovanni, il bambino con le cui parole ho aperto questo racconto – e che, per ovvie ragione di privacy, non si chiama davvero Giovanni – era molto preoccupato perché un compagno gli aveva detto che “doveva” imparare a fare la “faccia felice” e la “faccia triste” dal momento che è “pericoloso non avere le emozioni”. Era sinceramente in ansia, temeva che a causa di quella sua incapacità di esprimerle con il volto corresse il rischio di non provarle affatto.

Naturalmente Giovanni mi ha regalato nel corso della lettura di Verdolina delle espressioni meravigliose, che mi sono sembrate ancora più belle perché so che la sua maestra le ha immortalate e gliele mostrerà per rassicurarlo sul fatto che non solo le prova le emozioni, ma le sa anche esprimere pienamente. Eppure le sue parole mi hanno fatto riflettere: se non le sappiamo esprimere le emozioni, non le proviamo neppure?

 

Voglia di intelligenza emotiva

Cerco una risposta insieme a voi, e mi torna in mente quanto ho appreso sulle emozioni grazie a Diego Ingrassia e a Valentina Gentileschi, i due splendidi professionisti che, presso la I&G Management, hanno tenuto il corso in Emotional Skills and Competencies firmato da Paul Ekman che ho avuto l’occasione di seguire con grande soddisfazione nell’ottobre del 2018.

Tra le diverse esperienze attraverso le quali Diego e Valentina ci hanno condotto all’approfondimento e all’allenamento della nostra intelligenza emotiva, c’è quella che prende il nome di “physical re-enactment”, cioè la riattivazione dell’emozione con il viso e con il corpo.

È stata per me una occasione importantissima per comprendere quanto profondamente sono legati la nostra mente e il nostro corpo. Vi assicuro che bastano pochi secondi passati con le spalle ricurve e le estremità degli occhi e della bocca all’ingiù per cominciare a provare tristezza. Così come in altrettanto pochi secondi passati a sorridere con il volto intero si sente giungere quella classica sensazione di benessere che ci regala la felicità.

E allora mi chiedo: se esprimendo le emozioni con il viso e con il corpo  riusciamo a riattivarle e a sentirle, è vero anche il contrario, cioè che quando perdiamo o reprimiamo costantemente la capacità di esprimerle smettiamo di provarle?

Paul Ekman ci dice che non possiamo scegliere di provare una emozione, la proviamo e basta, e che le nostre competenze emotive sono innate e possono essere sviluppate, ma ci dice anche che possono decadere, cioè che la nostra capacità di riconoscere le emozioni quando le proviamo, di esprimerle, di viverle consapevolmente e quindi anche di gestirle può diminuire se non la esercitiamo costantemente.

Prenderci cura della nostra intelligenza emotiva è un modo per allenare le competenze emotive innate di cui siamo dotati e di coccolare la nostra meravigliosa capacità di emozionarci. Ma sarete d’accordo con me che prendersi cura di qualcosa o di qualcuno può essere anche molto faticoso, e le nostre emozioni non fanno eccezione, soprattutto perché sono energiche e hanno una forte personalità.

 

Voglia di prendersi cura delle emozioni

È per questo che prendersi cura della nostra intelligenza emotiva può essere un fare lungo e articolato e non sempre piacevole, ma è un percorso che può portarci molto in alto nella conoscenza di noi stessi e nei modi in cui affrontiamo la nostra vita. Perché non iniziare da piccoli allora? Quando il nostro cervello è più plastico e ricettivo, quando poniamo i pilastri della nostra individualità?

Negli ultimi decenni gli studi neuroscientifici si sono occupati molto e approfonditamente di emozioni e sono tutti concordi nel dirci che cominciare fin da bambini ad allenare l’intelligenza emotiva dà degli enormi vantaggi in termini di sviluppo della persona e delle sue capacità cognitive e relazionali.

Da quando ho cominciato la mia avventura nell’educazione emotiva ho imparato che i modi per lavorare sulle emozioni con i più piccoli sono tanti ed efficaci, ho conosciuto professionisti che lo fanno da anni e con ottimi e soddisfacenti risultati.

Per quanto mi riguarda, una via che mi è molto congeniale l’ho trovata nella scrittura seguita dalla lettura ad alta voce e animata. Quando immagino una storia desidero da subito che possa essere per i bambini una occasione per parlare di emozioni, farle venir fuori, leggerle sui volti degli amici che hanno accanto, metterle in movimento, conoscerle sempre meglio. Ed è un desiderio che cerco di realizzare ogni volta che leggo ai bambini

 

Voglia di emozionarsi insieme

I bambini che ho conosciuto in questi anni mi hanno mostrato il grande desiderio che hanno di capirle e di esprimerle, ma anche di sapere che quelle emozioni ci accomunano, grandi e piccoli e che sono “naturali”, nei loro aspetti positivi così come in quelli negativi.

E i bambini della scuola di Coccaglio non hanno fatto eccezione, mi hanno detto cosa avrebbero provato nei panni di Verdolina e cosa provano in altre occasioni della loro vita e, allo stesso tempo, mi hanno riempito di domande sulle mie di emozioni e sulle esperienze e le situazioni che mi hanno portato a scrivere questo racconto.

Ma c’è una cosa che mi colpisce sempre nelle mie letture, e anche questa volta è stato lo stesso: i bambini mi fanno tante domande, sempre, eppure non mi chiedono mai delle soluzioni. Mai una volta qualcuno di loro mi ha chiesto: Francesca, come devo fare a superare la paura o a farmi passare la rabbia?

A loro non interessa avere delle strategie e delle tecniche da applicare all’occorrenza, non se ne fanno niente, certo, sono curiosi di sapere come te le vivi tu le emozioni e anche come fai a gestirle, ma di sicuro non per poterne ricavare delle regole generali. Piuttosto ho la sensazione che vogliano considerare varie possibilità, anche le tue, per riuscire poi a trovare un loro modo unico e personale.

Insomma, nel “fantastico viaggio nelle emozioni” che fanno ogni giorno, ci vogliono come compagni di avventura, proprio come il Vento, disponibili ad aiutarli e guidarli quando hanno bisogno, ma anche a volare al loro fianco lasciandoli liberi di planare, salire su, andare in picchiata e, all’occorrenza, adagiarsi su un vecchio ulivo a parlare con un arcobaleno.

 

Ancora non conosci Verdolina scopre il mondo?

 

 

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About the author

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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