Essere femmine, essere maschi oltre la cultura patriarcale

Ho conosciuto Rossana Di Fazio grazie a “E tu da che parte stai?”.

Lei ha fondato e cura con Margherita Marcheselli enciclopediadelledonne.it e dirige la “rivista per ragazzi di tutti i generi” 8 pagine. Io sono una di quelle persone tanto sensibile alle parole che racchiudono bellezza, significato e agire da rimanere letteralmente “folgorata” davanti a una sua riflessione sulla cultura patriarcale condivisa nella mailing list del gruppo organizzativo del 5 maggio.

Una breve mail inviata mentre si ragionava sulla forma e la sostanza da dare al Manifesto che è stato poi presentato il 19 giugno scorso: l’inizio di un cammino verso una felicità consapevole, densa di significato, connessa con le tante sfumature delle emozioni umane, radicata nel presente, necessaria per le nuove generazioni e per noi.

Con le parole appassionate che ho scoperto essere saldamente integrate nel suo modo di pensare e di sentire e nei valori che pervadono il suo lavoro, Rossana sottolineava la necessità urgente di fare una riflessione sui rischi della cultura patriarcale.

 

Mumble mumble… su “Generi e generazioni”

Educare a riconoscere che nel patriarcato non c’è felicità né per gli uomini né per le donne!

Questo, tra altre riflessioni, scriveva Rossana riportando il suo “mumble mumble”, come lei stessa lo ha definito, al nucleo centrale di E tu da che parte stai?, e cioè alla Felicità delle giovani generazioni.

Su questo c’è tanto da lavorare, insieme.

Così concludeva. E poiché io sono totalmente d’accordo con lei, le ho chiesto di condividere anche qui su Occhicielo, con tutti voi che ci seguite e che di questo “insieme” siete una parte importantissima, la sua riflessione sulla cultura patriarcale, sui rischi che comporta e sulle contraddizioni che talvolta genera anche in chi vuole contrastarla, seppure animato dalle migliori intenzioni.

Ci siamo allora messe a riflettere sull’area del Manifesto Umanità o Indifferenza da lei proposta e poi accolta coralmente dall’intero gruppo, che ha preso il titolo di “Generi e generazioni”.

 

Costruire una comunità plurale

Dal Manifesto di E tu da che parte stai? Umanità o Indifferenza.

Bambini e bambine sanno che essere maschi ed essere femmine non è la stessa cosa. E hanno ragione. La differenza scritta nel corpo lo è anche nelle attese, nelle prescrizioni, nelle incomprensioni. Impossibile crescere felici in contesti contraddittori che fra stereotipi “buoni” o “cattivi” confinano comunque i desideri in percorsi previsti, e sorvolano sul conflitto fra generi persino quando diventa feroce. Non servono frasi fatte, ma domande.

Su questo tanti e tante hanno lavorato nel tempo: i femminismi, la storia di genere, gli studi sul linguaggio. Sono saperi che è necessario incontrare, per ritrovare, in controluce, lo spazio della felicità individuale, che è ricerca e scoperta di sé, e non ammette generalizzazioni né idee già pronte. Una umanità rinnovata, nonviolenta e plurale non può fare a meno di questo lavoro.

 

I rischi delle generalizzazioni e delle idee già pronte

Francesca Mi colpisce molto, in questa parte del Manifesto, il modo in cui si sottolinea l’inconciliabilità tra felicità individuale e generalizzazioni, e ancora tra felicità individuale e quelle che tu stessa hai definito “idee già pronte”. Io direi “modelli cristallizzati” o “istruzioni”. Così come mi colpisce che, pur parlando di “essere” – maschi, femmine, ma comunque essere – crescere, costruire se stessi, non compaia mai la parola identità.

Rossana Non amo la parola identità. Perché mi fa pensare a qualcosa di fermo, di definito mentre  per me l’esperienza è mutazione e mi sento fedele a me stessa solo se assecondo quello che cambia in me e fuori di me. Amo invece la parola onestà perché per me questo star dentro e fuori alle cose è il bello della vita: onestamente assecondare quello che apprendi, che vivi, non affezionarti troppo alle idee che ti sembravano immutabili, ma osservarle alla luce dell’esperienza. Imparare, insomma. Credo che crescere e anche invecchiare sia affascinante per questo!

“Generi” e “generazioni” sono  due aspetti dell’esistenza che intersecano la vita intima e individuale e quella sociale in un riverbero continuo. Nessuno ha la verità in tasca e tutti e tutte ne hanno un pezzettino: la vita è un firmamento luminoso e vibrante dove trova spazio un grande respiro.

Ma spesso gli adulti faticano a mettere alla prova i propri limiti, si accontentano di ciò che sanno già. Il manifesto è una grande scommessa: tiriamo il sasso più in là,  guardiamo alla varietà  dei saperi, non viviamo di rendita, rischiamo lo studio onesto! Solo così saremo degni delle nuove generazioni.

 

Il bello della storia guardata in profondità

Francesca Qual è stata l’esigenza, anzi, riallacciandomi a quanto hai appena detto, qual è stato il “mutamento” che vi ha fatto pensare a una enciclopedia delle donne e vi ha fatto decidere di crearla?

Rossana Uno dei nostri motti è “diffidare dei modelli imparare la libertà”. Solo studiando la storia si impara che, paradossalmente, fra mille difficoltà, a seconda dei contesti, molte donne hanno fatto tutto – tutto – quello che hanno trovato la forza e la voglia di fare. Per rendercene conto però non dobbiamo mai essere generici e vaghi, ma guardare i fenomeni da vicino.

I divieti sociali ci sono e ci sono stati ma l’enciclopedia è uno strumento per guardare in profondità la vita di tante donne e farsi un’idea molto diversa di queste limitazioni.

Tra le tante che potrei citare, mi viene in mente la storia di Agnodice, una ginecologa greca del terzo secolo a.C. che si traveste da uomo per esercitare la professione medica allora vietata alle donne, salvo rivelarsi con sincerità alle sue pazienti per metterle a loro agio, con l’effetto di guadagnarsene stima e fiducia. Una stima e una fiducia che hanno la forza di difenderla e salvarla allorché viene condannata a morte per aver esercitato la professione sotto mentite spoglie.

È solo un esempio, ma le 1200 voci dell’enciclopedia raccontano tante storie di adattamento e invenzione dell’esistenza che nei libri di scuola non trovano spazio. Noi pensiamo che la storia sia la nostra grande alleata per produrre nuove narrazioni condivise.

Le donne non sono un capitolo a parte – come ancora viene presentato in molte occasioni – ma parte essenziale della storia comune: se racconto la vita delle balie (e nell’enciclopedia ci sono molti itinerari non illustri), avrò raccontato la struttura delle famiglie e come cambiava secondo le classi sociali il ruolo materno, molto diverso per la signora ricca che affidava i sui bambini alla balia per il primo nutrimento e le cure essenziali, e la balia stessa, che invece doveva affidare i suoi figli ad altri per garantire una sussistenza alla sua famiglia.

 

Le potenzialità delle relazioni umane

Francesca A questo proposito, credo – purtroppo – che anche il modo in cui la storia è stata studiata e raccontata nei secoli sia stato profondamente influenzato da quella stessa cultura patriarcale che oggi in molti desiderano superare. Ma secondo te, che cosa ne è rimasto oggi nei nostri giovani? Nelle redazioni aperte da cui nascono gli splendidi numeri di 8 pagine, hai modo di incontrarli in un contesto che certamente facilita il dialogo e la conoscenza reciproca…

Rossana Sì, è così, nei nostri incontri con i ragazzi e le ragazze capita di ritrovarsi in certi discorsi. Nel numero che abbiamo dedicato alla paura per esempio sono affiorate, come fantasmi, le reciproche “paure di genere”, se si può dire così: che cosa fa paura ai maschi delle femmine? Che cosa alle femmine dei maschi? Pensieri in libertà, riflessioni spesso espresse da molti di loro per la prima volta.

Ebbene c’era la paura della forza fisica, oppure di non essere capiti, ma ancora di più ci ha colpito l’emergere dell’idea che un ragazzo voglia “controllare” la sua ragazza, sapere cosa fa, con chi esce, come se fosse una cosa “naturale”, in giovani di 15 anni che ne sentivano tutta l’ingiustizia, ma anche in un certo senso l’inevitabilità.

C’è qualcosa di molto profondo nelle strutture. Per esempio quasi tutti i ragazzi e le ragazze che incontriamo hanno entrambi i genitori che lavorano, eppure conservano un’idea arcaica della famiglia, con la madre che si occupa di tutto ciò che è casa. Non è difficile immaginare come sia denso di contraddizioni questo sentire. Soprattutto in gruppi di ragazze e ragazzi abituati a convivere al di là dell’origine culturale e come quindi ciascuno debba un po’ “inventarsi” un proprio modo di pensare la famiglia, i rapporti, l’intimità.

Io sono convinta che, se non partiamo dalle persone e dall’incontro, tutta questa complessità finisce per diventare un incubo. Pensiamo alla cronaca dei femminicidi: come si può nutrire la  fiducia nell’affetto e nell’amore? Se invece diventiamo capaci di stabilire delle relazioni umane sincere, se riusciamo a non farci immobilizzare dai nostri fantasmi, travestiti da luoghi comuni, forse si aprono delle possibilità per uscire insieme da questi racconti dell’orrore!

 

Diffidare dei modelli, imparare la libertà

E se posso aggiungere una riflessione: attenzione al fuoco amico! All’esaltazione delle ragazze “cattive”, “ribelli”, “disobbedienti”, tutte  parole accattivanti che possono diventare di moda, ma che sono di nuovo istruzioni su come dover essere su come dover diventare.

L’enciclopedia delle donne vuole farsi portavoce del fatto che ciascuna bambina, ragazza, donna  – e questo vale anche per i coetanei maschi – ha una sua modalità che va rispettata. Forza e debolezza sono parole che vanno comprese nella reciproca dinamica.

La nostra visione di enciclopedia è sensibile alle tonalità e per questo ci piace dire “diffidare dei modelli e imparare la libertà”. Perché chi libera se stessa libera tutte e questo vale anche per il femminismo che ha dato il La alla liberazione di tutte le diversità e di relazioni finalmente umane.

Francesca Questa tua ultima riflessione mi fa venire in mente un pensiero che mi accompagna sempre mentre leggo a mia figlia cinquenne Le storie della buonanotte per bambine ribelli, che pure trovo interessanti e ricche di spunti, tanto da leggergliele con piacere.

Mi sembra che la tendenza sia spostare il senso della ribellione dal concetto di libertà a quello di moda. Quasi che per essere cool – passami l’anglicismo – sia necessario ribellarsi nella forma più che nella sostanza. Mi sembra cioè che si promuovano più atteggiamenti di sfrontatezza e rifiuto verso qualsiasi cosa si ritenga scomoda, che azioni di opposizione consapevole a delle ingiustizie che limitano effettivamente la libertà!

Rossana Esattamente. E comunque sempre e soltanto istruzioni…

Francesca Grazie Rossana per questo scambio di pensieri e grazie per la narrazione profonda della storia che offrite a tutti noi!

Vorrei chiudere questa nostra chiacchierata con le parole di Joyce Salvadori Lussu, donna straordinaria che ho conosciuto proprio grazie all’enciclopedia delle donne…

I giovani sono il nostro futuro vivente.

Cioè un futuro che è già qui. Ogni occasione per prenderci cura di loro è una opportunità in più che diamo al domani della nostra umanità.

 

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About the author

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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