A piedi nudi sul prato per Una scuola possibile

Ero lì, al Muba. A piedi nudi sul prato e con la mente e il cuore tra le nuvole di un sogno. No, non era un sogno, era – è – la realtà di Una scuola possibile, che da un sogno nasce e, a un certo punto, diventa vera. Ma non così, per caso. No, affatto. Perché se si trasforma da teoria in esperienza è grazie all’impegno e al coraggio di alcune persone che hanno deciso di agire.

Persone che, come prima cosa, tengono a chiarire che loro non si sono inventate nulla di nuovo, si sono solo limitate a raccogliere e reinterpretare e rendere organica l’eredità del passato, rileggendola in una chiave attuale e aperta alle tante, bellissime, esperienze che già oggi, e da molti anni, rendono la nostra scuola pubblica più ricca e densa di significati.

Io però penso che il nuovo c’è, eccome! Sta nel sentirsi parte di un progetto comune da estendere ed estendere ancora, perché quella che oggi è un’esperienza per pochi diventi una realtà per tutti.

 

Una scuola possibile per tutti e per ciascuno

Un prato ci sembrava il luogo giusto per raccontarvi di questa esperienza.

È così che Monica Guerra apre la presentazione di Una scuola possibile, il volume che, insieme alla sua amica e collega Francesca Antonacci, ha curato per l’editore Franco Angeli. E aveva proprio ragione: un prato, in mezzo a erbe alte e sotto le nuvole è proprio il luogo giusto per parlare di questa idea di scuola. E lo è più che mai per raccontare delle sue “radici”, di come e di dove è stata piantata ed è attecchita per trasformarsi nella pianta rigogliosa che è oggi.

Era l’inizio del 2014 quando Monica e Francesca hanno pubblicato per la prima volta il Manifesto di Una scuola. Ecco le radici: parole! Che, prima nella mente, poi su carta e infine nel cuore di chi le ha fatte proprie e ha voluto sperimentarle nella pratica, descrivono e organizzano il pensiero di Una scuola intesa come luogo in cui…

… sia possibile fare delle esperienze, costruire degli spazi diversi da quelli della scuola tradizionale, sognare, pensare, lavorare, giocare, stare insieme, bambini, ragazzi, adulti per un progetto che non sia meramente istruttivo.

È la persona nella sua integrità a essere al centro di Una scuola come la intendono Francesca e Monica, che è anche una scuola attiva, non trasmissiva, dove si usa il corpo e i tanti linguaggi attraverso cui noi persone ci esprimiamo. È l’intento di costruire un modello organico di scuola che permea il Manifesto e l’idea stessa di Una scuola. Un modello organico, che sia “per tutti”.

 

Le cinque “dimensioni” di Una scuola possibile

Oggi non mancano le esperienze positive, gli insegnanti bravi e preparati, gli spazi interessanti, la progettualità. Spesso però queste esperienze sono diffuse a macchia di leopardo sul territorio e, invece secondo noi, partendo da radici culturali consolidate e guardando quello che già si fa in Italia e all’estero, c’è bisogno di un ripensamento della scuola in tutte le sue strutture e dimensioni fondamentali.

Strutture, dimensioni, assi, è anche così che Monica e Francesca li definiscono, ma in qualsiasi modo le o li vogliamo chiamare, mi colpisce la volontà di allargare lo sguardo al mondo fuori dalla scuola, che si esprime anche nella scelta dei termini, diversi da quelli abituali della didattica, intesi anche come strumento per provocarsi e per provare a ragionare fuori dai modelli già noti.

Persone. Stili. Linguaggi. Contesti. Possibilità. Mi fanno pensare alle parole usate da quel giornalismo bello, pulito che vuole raccontare degli esseri umani e della loro espressività, del mondo, del presente, del futuro.

 

Persone: mettere al centro il gruppo

Resto per un attimo in attesa quando sento dire a Francesca Antonacci…

Dobbiamo ripensare il modello retorico della scuola di oggi che vuole il bambino al centro.

Come mamma di una bambina in età scolare, non vi nascondo che, tra le numerose retoriche in circolazione, questa non mi dispiaceva poi tanto: sentire che la scuola abbia come obiettivo – anche se tanto spesso fallito – di mettere al centro ogni bambino, anche la mia quindi, si sposa bene con le aspettative materne che mi attraversano. Ma mi basta ascoltare il perché di questa necessità di ripensamento per ricredermi.

Secondo noi è solo una retorica, perché quando poi nella scuola concreta si ha a che fare non con un bambino, ma con tanti, alla fine, questo “bambino al centro” non c’è più, c’è solo la sua idea nella testa dell’insegnante e quindi a tornare al centro – ancora una volta e sempre – è proprio l’insegnante. Abbiamo pensato allora che una scuola capace di mettere, al centro, dei gruppi di bambini, che lavorano insieme su progetti condivisi e apprendono insieme con un determinato pensiero didattico potesse conciliare con più efficacia la concretezza con il progetto ideale.

Pensare che al centro non ci sia una persona alla volta, ma un gruppo mi fa venire in mente solo parole positive: collaborazione, appoggio, condivisione, inclusione, amicizia. Insomma un bel po’ di significati belli da perseguire. Mia figlia sarà più al sicuro in una scuola così, in un mondo così.

 

Stili: permettere alle domande di ramificarsi

La scuola sembra, non sempre, ma spesso, più interessata alle risposte che alle domande. A scuola si va per imparare delle risposte che qualcuno ha già. Come dice Robinson: la risposta è quella cosa che sta alla fine del libro e che per tutto il tempo a scuola ti dicono di non guardare. E anche le domande che ci facciamo sono spesso delle domande che qualcun altro ha pensato per noi per farci dire la risposta che lui sa già e che noi dobbiamo solo riuscire a intuire e a memorizzare. A noi è sembrato più interessante invece provare a ragionare sulle domande. Quale può essere una buona domanda a scuola, come la si può costruire insieme, come ci si può “sguazzare” dentro senza avere fretta di arrivare alle risposte codificate che stanno alla fine del libro, ma godendosi tutta la ricerca?

Non mi è subito chiaro il collegamento tra stili e risposte, stili e domande. Ancora adesso ci ragiono mentre scrivo. Penso a cosa intendo io per stile, e mi viene in mente un “modo”,  una “qualità”, qualcosa di unico, di originale, di diverso, qualcosa che contraddistingue.

Come può tutto questo significato essere contenuto in una risposta che è sempre la stessa a una domanda sempre uguale, per tutti? Allora comprendo: non può! Da ciò la necessità di riflettere sulle domande, per trovarne non una che valga per tutti, ma tante in grado di ramificarsi grazie allo stile di ognuno, affinché la ricerca possa avvenire attraverso più prospettive di pensiero e ragionamento per arrivare a risposte molteplici e tutte ugualmente “corrette”.

 

Linguaggi: esprimersi non solo con le parole e con i numeri

Parlare oggi di linguaggio a scuola significa riferirsi a quello umanistico letterario e a quello scientifico matematico. Fuori da questi due linguaggi c’è davvero poco spazio. Eppure i bambini ne hanno 100 + 1, che sono zittiti dagli insegnanti. Nella nostra idea linguaggi significa dare alla persona, a scuola, la possibilità di usarne tanti: il movimento, l’immaginazione, il gioco, l’arte.

“Movimento”, che sollievo sentirlo annoverare tra i linguaggi da accogliere in Una scuola possibile. E non penso alla ginnastica, all’ora di educazione fisica. Penso invece alla possibilità di alzarsi, di saltare, di allungarsi, di sedersi fuori dal banco, anche a terra, di conoscere attraverso il corpo, così unito alla nostra mente. Sensazioni ed emozioni e cognizione, in che modo inestricabile sono avviluppati tra loro! E quanto è necessario che la scuola accolga questa unione, per favorire l’apprendimento, l’approfondimento, l’attenzione, l’adesione a ciò che vuole trasmettere.

 

Contesti: dare significato allo spazio

Ma perché il movimento sia possibile, perché sia armonioso e funzionale, non si può proprio fare a meno di ripensare i contesti, affinché siano “in grado di parlare senza la mediazione continua degli adulti”, di accogliere l’esigenza di muoversi, e di farlo in un tempo scolastico che non sia scandito dall’orologio, bensì dal pensiero.

A scuola, molto spesso, lo spazio è tendenzialmente vuoto, povero. Lo spazio della scuola viene ancora pensato come un contenitore piuttosto vuoto in cui assume un ruolo centrale la relazione tra adulto e bambino: con l’adulto che rappresenta il pieno  mediante il quale “riempire” i bambini e i ragazzi. Noi invece abbiamo provato a pensare a degli spazi non troppo pieni, ma molto significativi, cioè ricchi di materiali che possano suscitare pensieri: all’aula che accoglie gruppi di bambini appartenenti a sezioni A, B, C… si sostituiscono degli spazi connotati da qualche linguaggio particolare, dove si trovano materiali e strumenti attraverso i quali ci si può mettere in relazione con un certo tipo di area del sapere. Questo tipo di riflessione sugli spazi ha avuto naturalmente anche degli effetti sull’uso del tempo scolastico finora organizzato in base a moduli standard segnati dal suono della campanella, più funzionale all’organizzazione degli adulti che alle modalità di pensiero e ragionamento dei bambini, più funzionale quindi rispetto a un pensiero disciplinare, ma lontano dal flusso di esperienza e di gioco in cui i bambini si trovano immersi per natura.

 

Possibilità: trasformare la programmazione nella documentazione di un percorso

Per noi, possibilità vuol dire programmazione e valutazione. La programmazione, nella scuola di oggi, esiste ancora, anche se sul piano legale non esiste più. Nel senso che, se andiamo a cercare il “programma” nei documenti ministeriali, non lo troviamo perché non c’è: oggi abbiamo una legislazione scolastica che si basa su delle Indicazioni nazionali, eppure a scuola si continua a fare il programma, che, sostanzialmente, è quello che propone l’editoria scolastica.

Non è la prima volta che sento chiamare in causa gli editori di scolastica rispetto alla programmazione. Il primo a farmi riflettere su questo aspetto era stato Franco Lorenzoni, che circa un anno fa alla Bicocca  aveva rivolto un invito a editori e insegnanti a dialogare per trovare insieme degli strumenti nuovi in grado di accogliere delle esigenze scolastiche più orientate verso un percorso da costruire che in direzione di obiettivi statici da raggiungere.

Come autrice di libri per ragazzi per la collana Occhicielo che vogliono proporsi anche come degli “strumenti” utili agli insegnanti, mi sento molto coinvolta da questa riflessione e sono profondamente convinta che Francesca e Monica abbiamo assolutamente ragione quando affermano con forza che:

la programmazione deve diventare una documentazione  degli apprendimenti, in parole semplici, programmazione deve essere: durante l’anno abbiamo fatto questo!

Non dal capitolo A al capitolo Z del libro di testo X, bensì il percorso che ciascun insegnante ha compiuto insieme alla sua classe e in relazione alle caratteristiche del gruppo di bambini e ragazzi con cui ha condiviso l’anno scolastico, un percorso che naturalmente sarà costellato da tante conquiste e apprendimenti, da obiettivi raggiunti insomma, difficilmente riducibili ai numeri di un voto, ma assolutamente raccontabili con immagini e parole.

 

Editori e insegnanti insieme per creare strumenti nuovi

Personalmente, sono convinta che l’editoria per ragazzi, anche, e forse soprattutto, quella non scolastica ha già tanto da offrire a supporto di percorsi non standardizzati e pensati per gruppi e contesti differenti. Si tratta di un’offerta ampia, in tanti casi proposta da quegli editori più piccoli che sperimentano, ma che spesso hanno una visibilità minore e faticano a farsi conoscere, un’offerta che fa affidamento sulla volontà e la capacità di ricerca di tanti insegnanti che desiderano spunti e strumenti da modellare sulle caratteristiche di classi e studenti diversi.

Questa offerta però si può certamente ampliare e rendere più vicina alle esigenze degli insegnanti e dei loro bambini e ragazzi, cioè di Una scuola che opera in una società in cambiamento rapido.

E così, sulla scia dell’entusiasmo che provo dopo aver conosciuto Una scuola possibile, colgo questa occasione per fare un invito a tutti gli insegnanti che frequentano questo spazio virtuale di Occhicielo: scriveteci, raccontateci quello che desiderate e di cui avreste bisogno!

Noi di Occhicielo abbiamo voglia di ascoltare la vostra voce per pensare degli strumenti, belli e strutturati con professionalità: noi ci mettiamo la nostra di editori, voi la vostra di coltivatori di preziosi germogli.

Intanto, io vi consiglio di leggerlo questo magnifico testo che racconta di una esperienza che è già realtà. Saggio dopo saggio, scoprirete, dal racconto di chi opera nella nostra scuola pubblica, che fare tutti i giorni Una scuola migliore è possibile.

 

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About the author

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.